Divulgazione da divano e appunti su frigorifero
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Category — in giro

Terzo giorno a Ny.

La follia dell’acquisto. Peace and love a Central Park. Il concerto.

Ci mangiano vivi i desideri di sciarpe magliette cappelli quadretti entriamo usciamo nei pressi di Times Square un pò volgare un pò Rockfeller Center un pò Tiffany grande magazzino pareti marroni stand di ciondoletti e anellini quattro piani ragazze dell’interno che mercanteggiano i sogni poi quel grande negozio di giocattoli quello dove Tom Cruise e Nicole Kidman fanno pace dopo l’incubo onirico di Kubrik i muppets qui non sono passati di moda e dei teletubbies non c’è nemmeno l’ombra (forse perchè sono inglesi) penso a camilla quando entro nel piano dedicato ai tutù a tutte le bambine principessa del mondo tramila diademi e venti tonalità diverse di tulle rosa

il consumo bulimico alla fine non regala gioia, ma spossatezza. credo c’entri l’europea matrice del senso di colpa, ma dopo che ho le tasche piene di cose inutili non me ne vado felice a sorseggiare un caffè. al massimo faccio un fioretto alla madonna no global, capelli corti e gonna comprata al mercato. ed è con questi pensieri che cerco assoluzione sotto il condominio del Dakota, che mi pare gotico e infelice. strawberry field. for ever. è da anni che vi canto. no war. make love. imagine. un sentiero ci porta al laghetto. le anatre in vacanze. tanti bambini con gli slittini. un sassofonista innevato. gli scoiattoli!. la città in lontananza.

dormo tre ore ogni pomeriggio. e tre ore ogni notte. ho trovato questo sistema per non lasciare il bioritmo di pippo bambino del sud italia. in fondo non è affatto scomodo. ed è ottimo per new york: ho sotto casa il french roast ristorante tutte lucette che mi offre la colazione alle quattro di mattina, posso andare a giocare a scacchi nel vicolo prima di washington square e un vogue me lo compro alle tre e trenta del mattino a due passi dalla porta del Lerchmont Hotel. La notte è un concerto di Terrah Reinolds, bevo un pò e mi commuovo a pensare quanto questa ventenne sta a proprio agio nella vita. Ride tutto il tempo e se la intende con tutti. Chiudiamo con un Manhattan. e poi con un Margarita. E poi con un French 75.

febbraio 19, 2010   2.257 Comments

Secondo giorno a Ny.

Il giorno del Moma. Del primo caffè per strada. Del sole negli occhi.

E’ prestissimo quando siamo in giro. Vicinissimi alla New York University. C’è un sole pulito, un sole da film. Studenti pochi ma tutti i padroni dei cani hanno il loro caffè in mano e cominciano ad alzarsi le saracinesce dei centri per manicure. ce n’è uno ogni due abitanti. new york è bella? molto. però ho sempre il dubbio che sono gli occhi a farla tale. mi viene sempre da pensare che sia il nostro immaginario pieno del jazz di woody allen, dei cartoni di spider man delle cinque mila fiction che ci siamo visti nei pomeriggi dell’università a rendercela cara. è uno dei pochi viaggi in cui ti sembra di ritornare e non di arrivare. ti senti a casa, comodo nel tuo immaginario. e i giorni altro non sono che la ricerca del simbolo, si va a caccia di conferme. si mangia proiezione. 

Broadway, quella dello shopping un pò cheap. Libreria grandissima, a terra assi di legno scomposte, poltrone sfondate, copertine di serigrafie a un dollaro. ci perdiamo lì dentro, io seguo una bellissima madre con un bellissimo figlio. giovani, tranquilli e coordinati. ma siamo già in ritardo. al moma ci aspetta la prenotazione on line. che bianco il moma. pieno di finestre su giardini innevati. ti fanno anche una foto e poi la proiettano all’ingresso. il concetto, va da sè,  è un pò il moma sei tu. al secondo piano entriamo nella bocca di un personaggio di tim burton ed è subito il suo mondo visionario e scomposto. il suo mondo tetramente dolce (mentre  quello reale si fa sempre più dolcemente tetro) è una danza di disegni e sculture di latta. la freccia di un cupido imbranato trapassa il cranio dei due innamorati che perdono sangue che disegna un cuore. c’è il signore con i chiodi negli occhi, c’è la giostra che gira attorno al cervello, la casetta con le luci a festa mentre il bambino ostrica uccide il genitore cattivo. gli studi per la sposa cadavere e umanissimi mostri. mi piace tanto una ragazza vestita da tirolese sexy con sotto la maglia i love ny. cerco di rubare l’areoplanino che un bambino lascia sulla poltrona dove ci sediamo a guardare il grande dinosauro di carta appeso al soffitto. ma il piccolo bastardo torna e rivuole lo scalpo da portare in dono a pippo, nel tentativo di rivisitare quello spot anni ottanta il cui senso era più o meno “se qualcuno ruba un fiore per te vuol dire che non fa altro che pensarti”.

al quinto piano c’è il bellissimo (e intimo) ristorante. pochi tavoli. amiche per la pelle di una certa età che prendono la loro insalata delle dodici. mi concentro per seguirne i discorsi, che vertono tutti piu o meno sul tema “ormai le case per le vacanze negli Hamptons bisogna prenotarle entro marzo”. penso a quelle povere borghesi del tennis club che fanno gli stessi discorsi senza tuttavia avere un Pollock nella stanza di fronte. Raushenberg mi è piaciuto più di tutti. Wharol è sempre un gioco. Pistoletto mi fa ridere. Picasso ha la stessa radice di Almodovar. Monet è straziante nel suo fluttuare. Scopro uno che si chiama Keinz che ha dei tratti mistici. E me ne vado mentre le fotografie di Richar Avedon mi benedicono dalle scale, bellissime.

Ci porta a casa un tassista muto.

febbraio 18, 2010   2.458 Comments

Primo giorno a NY.

C’è il sole da un sacco di tempo. Da quando siamo partiti all’alba. diciotto ore dopo c’è ancora il sole. Le hostess della Delta Airlines sono vecchie di 60 anni e mi chiamano honey. Chiamano tutti così, nonc’è da farsi illusioni. Usciamo per mangiare quando finalmente riusciamo a toglierci gli occhiali da sole. un noodle bar. il posto sotto casa. il ristorante dove vai quando hai voglia di uscire senza uscire. tutti portano a casa quello che lasciano nel piatto. siamo nel village. nè village est nè village ovest. ci sono tavoli rotondi per tanti e tavoli piccolissimi per due. ci sono tutti e cinque i continenti. ci beviamo il drink mentre ci mangiamo l’anatra alla curcuma. dici acqua dici niente. attraversiamo l’undicesima. che si incrocia con la sesta e poi con la quinta. e poi con la quarta. prevedibile insomma, come una parola dopo un’altra parola. le sigarette costano dieci euro perche bloomberg è un ex fumatore che odia i fumatori ci spiega il ny times vecchio di un giorno lasciato davanti a una porta. (abitiamo in una strada alla carrie, proprio quelle con quattro scale e il ferrobattuto e difronte le case nelle finestre sono belle con un sacco di lampade accese e nel terrazzo di fronte palle colorate verdi gialli e rosse l’anarchia delle luci) mi addormento pensando che il bloody mary non mi è piaciuto affatto. mannaggia.

febbraio 17, 2010   3.067 Comments